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Per approfondire

La collezione Crema è un importante documento dello sviluppo dell’arte a Torino e in Piemonte nel secondo dopoguerra, in una parentesi tra la Torino artistica dei Gualino e quella dell’arte Povera, anni ancora non completamente studiati e apprezzati, caratterizzati da un particolare momento storico e sociale, quando la città di Torino viveva la rinascita dopo il conflitto.

 

Il deposito comprende quasi un centinaio di opere di oltre 40 artisti, offrendo così uno spaccato sul vivace panorama dell’epoca, che include due generazioni e due stili. Da un lato artisti legati ancora ai Sei di Torino, come Nicola Galante (che dei Sei era membro), Giulio Da Milano o Edgardo Corbelli, e dall’altro nuovi giovani artisti che lavorano ad un’arte più informale, tra cui Piero Ruggeri, Ettore Fico e Sergio Saroni. Tra gli altri artisti della raccolta: Luigi Spazzapan, Umberto Mastroianni, Italo Cremona, Piero Garino, Giacomo Soffiantino.

 

La collezione è particolarmente interessante per il coinvolgimento di Mario e Margherita Crema nel clima di quegli anni, un coinvolgimento a tutto tondo, che comincia con l’organizzazione di alcune mostre nel periodo 1950-60 ma non si arresta lì.

 

Mario Crema (1925-2013) nasce in una famiglia artistica, particolarmente dal lato materno. Lo zio Ubaldo Magnavacca (1885-1957) è accademico e artista di fama internazionale nell’ambito delle Biennali di Venezia e Triennali di Roma della prima metà del XX secolo. Il ricordo dello studio dello zio a Modena rimane vivo nella sua memoria. Dopo le vicissitudini legate alla Seconda Guerra Mondiale e la prigionia nella Foresta Nera, MC comincia la professione di farmacista a Cumiana. Insieme alla moglie, Margherita Giacomasso (1925-2010), riprende la sua passione per l’arte e in particolare comincia, con grande slancio, ad organizzare mostre di pittura. Conosce artisti legati ancora alla Torino dei Sei (Nicola Galante, Giulio Da Milano, Daphne Casorati etc) e una nuova generazione di artisti suoi coetanei (Piero Ruggeri, Ettore Fico, Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino etc). Ha modo di scambiare le sue opinioni con i più importanti critici (tra cui Renzo Guasco, Luigi Carluccio, Angelo Dragone, Luigi Malle’) che coinvolge nell’iniziativa del Premio Artistico Pro Cumiana come giurati. Con molti artisti intrattiene rapporti personali (come dimostrato da corrispondenza e biglietti d’auguri illustrati dagli artisti stessi, inclusi nel deposito presso il Museo Mallé). Lo sfogo ultimo è che comincia egli stesso a dipingere, ricordando gli insegnamenti di Riccardo Chicco (che fu suo professore) e i consigli degli artisti che a volte si intrattengono nel retro della sua farmacia a dipingere. Le opere della sua collezione privata (dipinti, disegni, grafica) ben raccontano la Torino di quegli anni e una scena quanto mai vivace e spontanea, un racconto che viene ampliato ulteriormente dalla moglie. MCG, infatti, dopo una carriera nel mondo dell’insegnamento (preside per 20 anni, membro dell’Association Europeenne des Einsegnants, autrice di un testo di didattica per il Ministero della Pubblica Istruzione) si dedica a tempo pieno alla scrittura, con un interesse preponderante per la storia di Torino. È autrice di numerosi testi di storia locale (Amore di collina, Anno per anno, Gli ultimi 50 anni, Grandi battaglie in Piemonte, Trenta ritratti di donne in Piemonte, e addirittura un piccolo libro dedicato interamente alla chiesa collinare di San Vito, situata vicino alla loro abitazione, un piccolo libro che Marella Agnelli definì “pieno di affascinanti notizie per chi, come noi, ci vive attorno”). Alla sua scomparsa un articolo di Beppe Del Colle titolava “Ha raccontato Torino come nessun altro”. Ripensando a quei gioiosi anni di mostre negli anni 1950-60, MCG dedica anche un libro (Incontro fatale) allo studio dell’amicizia fra Curt Seidel e Nicola Galante. Nella prefazione dice: “Conobbi Galante negli anni 1952-55 quando –ultrasettantenne– era già all’apice della fama: un uomo straordinario. Non ho potuto quindi sottrarmi né al fascino della lettura di Torino mia (illustrata dalle prime dodici xilografie di Galante), che considero davvero uno strano scritto molto coinvolgente, né alla sensazione di dover fare qualche cosa perché della vicenda non si perda traccia (siamo a una distanza di molti decenni dall’episodio nodale) e perché si porti a conoscenza anche e soprattutto dei giovani la vita, tutta in faticosa salita, d’uno dei più grandi pittori che a Torino si è ispirato lasciandoci opere assolutamente originali e senza tempo”. Definita da Cristina Siccardi “deliziosa nella sua signorilità e nella sua passione per le radici storiche e culturali della sua terra”, anche lei era parte integrante di quegli anni di una Torino pinzata fra il dopoguerra e l’Arte Povera e per tutto il resto della sua vita ha continuato a promuovere con discrezione l’importanza della cultura e dell’arte.

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