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Per approfondire

Luigi Mallé e l'arte moderna.

Dai contemporanei all'Ottocento

Rosanna Maggio Serra

 A differenza di quanto gli avvenne nel campo dell'arte antica e delle arti cosiddette minori, in cui cominciò a dare contributi sostanziosi fin dalla fine degli anni quaranta, Luigi Mallé iniziò a lavorare da protagonista per l'arte moderna e contemporanea soltanto dal momento in cui, succedendo a Vittorio Viale, divenne direttore dei Musei Civici di Torino, cioè dal 1966.

Nei precedenti venti anni di lavoro in museo non gli erano state date molte occasioni di manifestarsi in quest' ambito. Fino a quell'anno, a parte la mostra di Jean Pougny curata nel 1962, egli infatti non firmò alcuna delle importanti esposizioni promosse dalla Galleria Civica d'Arte Moderna.

Dal momento dell'assunzione della massima responsabilità nei Musei torinesi, l'elenco delle sue realizzazioni e delle sue pubblicazioni nel campo moderno, che si affiancava al lavoro davvero imponente per l'arte antica, mostra invece un impegno di assoluta eccezionalità, che contribuì vigorosamente a mantenere viva quella presenza della Galleria Civica torinese nella cultura del contemporaneo e del moderno, che è rimasta memorabile ed unica in Italia.

II suo interesse e la sua curiosità per le espressioni figurative attuali si era però destato subito, fin dall'inizio dell'attività della città di Torino in questo campo nei primi anni cinquanta, cioè in occasione delle varie edizioni delle mostre Pittori d'oggi - Francia-Italia. Mallé è costante recensore di queste mostre e di quelle della Galleria per il "Bollettino" della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti fino al 1960 circa e dimostra nelle sue distese analisi i segni della propria formazione culturale insieme ad una promettente sicurezza di giudizio.

La sua seconda laurea, quella in lettere, si era conclusa nel 1946 con una tesi su Leon Battista Alberti teorico della pittura, ma è evidente l'importanza formativa che per lui ebbe il clima di entusiastica apertura verso i grandi esempi dell'arte di segno impressionista e verso le avanguardie storiche stabilitosi in Italia dopo il ritorno dall'esilio di Lionello Venturi nel secondo dopoguerra. Clima propagato autorevolmente a Torino negli anni di studio di Malle dal testo Ottocento e Novecento di Anna Maria Brizio, rimasto poi basilare per decenni, e rispondente al credo estetico puro-visibilista e crociano del Venturi.

L'attenzione ai valori, il dovere critico di discernimento tra poesia e "non poesia" si manifestano fin da quando, nel '52, Mallé si augura per le future edizioni delle mostre Francia-Italia «una maggiore selezione di qualità ». In seguito non gli sfuggono le promesse: « Morlotti... maturante sempre più istinto e disciplina »; non lo ingannano notorietà già indiscusse: « Guttuso dalle forti qualità native sprecate nei sottintesi »; si accorge per tempo dei talenti: « Interessante l'insolito surrealismo della Levi Montalcini... Fra i più giovani da ricordare Brunori, Licata (una promessa autentica)... Spinosa, Vacchi, Romiti... i torinesi. Saroni e Ruggeri » (IV Mostra Francia-Italia, 1955); prende le distanze da valori ormai al disopra di ogni giudizio: « Leger, pittore assai rappresentativo del gusto francese del secondo quarto di secolo, ma, da certa critica, anche eccessivamente sopravvalutato » (V Mostra Francia-Italia, 1957).

Il 1966 fu per Mallé un anno cruciale. Egli sapeva bene che il suo lavoro di direttore dei musei sarebbe stato giudicato soprattutto rispetto alla sua capacità di gestire l'impegnativa attività culturale della Galleria d'Arte Moderna, la quale nel quinquennio precedente, per opera di Viale, aveva conquistato il primo posto in Italia e una grande reputazione internazionale. Pubblicò perciò sulla rivista "Torino" (n. 2, luglio-agosto 1966) un testo di grande importanza, Linee culturali della Galleria d'Arte Moderna, che è un'analisi storica e critica dello stato di fatto ereditario nella Galleria torinese e un manifesto di politica museale e collezionistica. Con lui consentiamo ancora in modo convinto quando afferma di sentire « la necessità che il museo non sia raccolta sporadica, magari eccellente, ma debole nei nessi e sia invece un organismo che propone la visione di sviluppi collegati di cultura e di gusto », quando vuole persuadere della validità di ampliare le raccolte di grafica e di avviare quella di prodotti e oggetti delle varie « arti industriali..., mobili in legno o metallo, vetrerie, smalti, stoffe del XX secolo », quando prevede che « occorrerà forse, un giorno, scindere l'arte del secolo XIX da quella del XX » per dare respiro e possibilità di sviluppo alle collezioni. La sua analisi ci è ancora utile, a maggior ragione per il pesare attuale di tanti fattori non culturali sulla circolazione di prodotti "artistici", là dove egli chiarisce come sia ardua la responsabilità dell'accrescimento delle raccolte quando si tratta « dell'arte in corso di affermazione, di chiarimento, di sperimentazione ». Questa attività necessaria in un museo dell'arte d'oggi impone — egli dice — di non lasciarsi « sfuggire quanto si propone alla conoscenza e al giudizio con validità artistica e umana in qualunque corrente e sotto qualunque forma; non lasciandosi — dal lato opposto — ingannare da valori esteriori, tra cui quelli puramente modistici ». Ci colpisce qui la duplice dimostrazione di probità intellettuale di Mallé: quella che lo porta a mettere accanto alla validità artistica quella umana, rivelando una concezione del fare artistico come elemento dell'agire complessivo dell'uomo e quella che gli fa rivendicare l'indipendenza della scelta culturale da motivazioni spurie, meno che mai quindi inquinata da interessi mercantilistici. Chi lavora attualmente in museo non può fare a meno di apprezzare la sua lungimiranza quando egli, ben prima del manifestarsi dell'imponente fenomeno della concorrenzialità museale di oggi, indica la necessità del « rapporto diretto della Galleria col pubblico, della divulgazione culturale e quotidiana, dello sfruttamento pratico e diffuso delle grandi iniziative, dell'accostamento museo-artisti, museo-collezionisti, museo-cittadinanza in generale ». Fu forse a questo fine che egli si sottopose sistematicamente dalla meta degli anni sessanta alla corvè della redazione di articoli per periodici non specialistici quali "Cronache economiche" organo della Camera di Commercio della Provincia di Torino e "Torino" la rivista dell'Amministrazione municipale, sui quali recensiva mostre, presentava specialità collezionistiche dei Musei, informava su artisti e tecniche ed esponeva la problematiche museali.

La fiducia nell'avanguardia e l'ansia di non lasciarsi sfuggire le nuove tendenze, che l'estetica venturiana aveva impresso nella sua formazione, non furono estranee al fatto che, appena assunta la responsabilità dirigenziale dei Musei torinesi, egli si tuffasse in una intensissima attività espositiva di artisti delle avanguardie storiche e contemporanei. Nel solo 1966 Mallé fu curatore di tre mostre, Hans Hartung, Robert Motherwell, Bram van Velde; nel '67 fu la volta di Julio Gonzales e di Anna Eva Bergman; nel '68 de ‘I pittori italiani dell'Unesco’, dei quali curò anche tutte le biografie e de’L'incisione europea’ dal XV al XX secolo; del '69 sono New Dada e pop art newyorkesi e Louise Nevelson; del 1970 Gerard Schneider. Ma nessun catalogo di mostra usci in quegli anni senza una sua coscienziosa presentazione, da quelle sempre ricordate dell'Associazione Amici Torinesi dell'Arte Contemporanea ideate e curate da Luigi Carluccio (Le Muse inquietanti, Il sacro e il profano nell'arte dei simbolisti, Il Cavaliere Azzurro) e quelle altrettanto memorabili curate da Aldo Passoni (Osvaldo Licini, G.B. De Gubernatis, Lucio Fontana, ecc.) e tante altre. La sua facilità di scrittura — quasi un ragionare direttamente per scritto con frequenti attenuazioni e correzioni di quanto affermato attraverso un uso di incisi invero un po' faticoso — gli permise di stendere interventi ampi in tempi brevi sui vari artisti d'avanguardia, astratti, informali, segnici, presentati in mostra. La sua attenzione si volgeva allora quasi istintivamente alla vicenda intellettuale e umana, se non addirittura psicologica dei protagonisti, tracciando solo a grandi linee la ricostruzione del percorso artistico.

Ma che il suo consenso con la produzione figurativa di quegli anni fosse convinto e la sua lettura acuta e sensibile, è confermato anche dall'amicizia che lo lega agli artisti (si pensi a Mastroianni e Parisot) e dalla sua stessa collezione personale, che arricchì con acquisti di brani scelti con felice intendimento (si pensi ai dipinti di Nativi e di Lucebert ora conservati nel Museo di Dronero).

Parallelamente ai pesantissimi impegni delle mostre sull'arte contemporanea che scadevano inesorabili tre o quattro volte l'anno, egli lavorava intanto anche sull'Ottocento fin dalla mostra di Massimo d'Azeglio curata da A. Dragone (1966) e dava inizio al catalogo generale della pittura dell'Otto e Novecento, pubblicato nel 1968: Musei Civici di Torino. I dipinti della Galleria d'Arte Moderna. Un testo che è a tutt'oggi punto di partenza per ogni ricerca all'interno del Museo e attendibile fonte di informazione su due secoli di pittura italiana e straniera. In questo, come negli altri ponderosi lavori di catalogazione, si evidenzia un inesausto lavoro di ricerca, che, grazie al fine intuito di Mallé per il linguaggio pittorico, compone un insieme di ancor valide letture dei modi espressivi di tanti artisti.

Questo fu l'ambito in cui Mallé esercitò al meglio anche in campo moderno le sue capacità di approfondimento critico-filologico, le quali ebbero poi modo di manifestarsi sempre più compiutamente nelle indagini sulla figurazione, e quindi per eccellenza sul mondo iconico dell'Ottocento e del primo Novecento, per il quale sviluppò con gli anni una crescente sensibilità.

Non bisogna dimenticare tuttavia un'altra attitudine intellettuale di Mallé che fu quella per le grandi sintesi, sempre rischiose, ma sempre cosi facilitanti per chi affronta più tardi gli stessi argomenti. Oltre quella che riguarda l'incisione a raggio sovranazionale, contenuta nella Premessa al catalogo della mostra L'incisione europea del XV al XX secolo (1968), va ricordata, sebbene tanto più snella, quella composta nel 1967 per la pubblicazione divulgativa delle Arti Grafiche Ricordi: Pittori piemontesi dell'800. È questo uno scritto che va ben aldilà dell'intenzione divulgativa, poiché,

con la citazione di tanti artisti attivi all'inizio del secolo e di pittori non ricordati nei classici testi di Marziano Bernardi e di Angelo Dragone, segnala già la necessità di quella rivisitazione critica della produzione figurativa dell'Ottocento piemontese, che sarà poi attuata solo dopo la scomparsa dello studioso dalla grande mostra Cultura figurativa e architettonica negli stati del re di Sardegna 1773-1861 (1980).

Per l'Ottocento Mallé considerò quale suo contributo principale il suo ultimo libro d'arte, come egli stesso lo definì in effetti fu, La pittura dell'Ottocento piemontese, pubblicato nel 1976 in perfetta contemporaneità con il rinascere tra Europa e Stati Uniti dell'interesse per l'arte del XIX secolo. Ma per lo sviluppo che gli studi sull'Ottocento hanno preso negli ultimi vent'anni in direzione dell'influenza esercitata sullo svolgersi degli eventi artistici dalle istituzioni, dalla committenza, dalle ideologie, dal mercato, quella vasta, dotta e pur utilissima sintesi ci appare oggi risentire ancora troppo di certe condanne comminate alle espressioni pittoriche più connotate ideologicamente (che vuol dire in Italia in senso storico-patriottico) o non ascrivibili alla rivoluzione antiaccademica, solo valore riconosciuto dalla critica di ascendenza venturiana, rappresentata a Torino dalla linea Mario Soldati-Anna Maria Brizio.

L'Ottocento e il primissimo Novecento in particolare furono tuttavia le stagioni artistiche per le quali Mallé ebbe le più felici intuizioni, traendo dall'oblio artisti di non comune finezza e indicando la carenza, a tutt'oggi persistente, di studi larghi e approfonditi. Tra l'incalzare delle scadenze espositive, durante la redazione dei numerosi cataloghi delle collezioni museali, egli trovò, il modo di scrivere due non estese ma preziose monografie dedicate l'una al delicato ma fermissimo Federico Boccardo (Torino, Tipografia Impronta, 1969) morto nel 1912, l'altra ad un pittore che tratto con vena melanconica e penetrante intonazione coloristica temi cari all'eclettismo, Carlo Bonatto Minella (Torino, Tipografia Impronta, 1972) morto ventiquattrenne nel 1878. Sono due pittori di figura, genere che Mallé non era particolarmente preparato ad apprezzare, ma dei quali seppe cogliere il valore in virtù di quello che fu un suo innegabile talento, l'occhio per la qualità

pittorica, e con i quali senti forse l'affinità intima del carattere riservato, schivo e ipersensibile. In queste due occasioni di studio libero, svincolato da qualsiasi obbligo di gestione museale, di fronte ad espressioni di cui avvertiva la temperatura artistica ed umana, Mallé sentì l'esigenza di sostenere il proprio discorso anche con l'argomentazione filologica, e tracciò due ritratti di artisti nel loro contesto e con la loro storia critica che possono essere collocati tra le sue più felici pagine di storico dell'arte.

Contemporaneamente, segno innegabile di maturazione critica, il suo atteggiamento si fece più

distaccato verso le nuove avanguardie. Nel 1967 aveva salutato con entusiasmo, pur vedendone le difficoltà di inserimento museale, la raccolta donata alla Galleria da Eugenio Battisti, il cosiddetto Museo Sperimentale d'Arte Contemporanea. Di fronte alle proposte di frontiera dell'« Arte povera » non trovò invece quella convinzione e con la solita probità espresse chiaro il proprio giudizio in controcorrente, che non possiamo leggere senza interesse: « ...continuo tuttavia a non riuscir a pronunciare senza disagio i due termini "arte povera" cosi abbinati a conglobatisi che non sai se nascondono più ingenuità o — quando quell'attività non si svincola da fattori di mercato — più

doppiezza. O forse soltanto alcunché di troppo d'intelligenza che, dove deborda, si contamina e va male... Direi molto bene si addice una etichetta involontariamente cosi ibrida — per un contenuto che più volte ibrido non è — ad una "razza" (è forte la brutalità del termine ma risponde ad una situazione effettiva) di autori d'opere che, nonostante quel po' di cataclismi avvenuti all'incirca da un secolo, sono tuttavia impastati, imbibiti da una sorta di camuffato "esprit de boheme" che, riaccolto oggi... da a tanta parte dell'attività artistica odierna — e ai modi di essere che la sottintendono — un cosi forte sentore del pin smaccato "fine ottocento"» (Catalogo della mostra Conceptual Art arte povera land art, 1970).

  1. Maggio Serra, in E. Ragusa (a cura di), Museo Mallé Dronero, L’Artistica Savigliano, 1995, pp.23-27.
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