Per approfondire
I cataloghi di Luigi Mallé:
un monumento per il Museo Civico di Torino
Silvana Pettenati
Il lavoro di Luigi Mallé per i Musei Civici di Torino trova l'espressione più singolare e compiuta nella collana di cataloghi da lui elaborati con marcata precedenza nei confronti degli altri musei italiani, a somiglianza invece dei grandi musei stranieri che fin dalla fondazione si erano dotati di cataloghi scientifici di sezione.
Il progetto si deve alla grande tempra di Vittorio Viale che fin dal 1930, quando assunse la direzione dei musei, aveva presentato alla Civica Amministrazione « l'esigenza di redigere, oltre ad accurati inventari, un catalogo scientifico delle raccolte d'arte antica ». Di fatto l'attività di Viale fino allo scoppio della seconda guerra mondiale « si rivolse poi completamente, per i primi cinque anni, al gravoso e difficile compito del ripristino di Palazzo Madama e della sua sistemazione a nuova sede del Museo d'arte antica e al riordinamento delle raccolte di questo Museo e della galleria d'arte moderna; e successivamente, fino alla guerra... all'organizzazione di numerose mostre, da quella di Antonio Fontanesi (1932) alle grandissime del Barocco (1937) e del Gotico Rinascimento in Piemonte (1938¬39) ». Di queste mostre solo il Gotico e Rinascimento ebbe un catalogo di alto pregio scientifico, curato da Vittorio Viale, con la consulenza per la pittura di Lorenzo Rovere e per la numismatica di Pietro Gariazzo.
Non si consideri pleonastico questo preambolo, perché le scelte del direttore influirono in modo determinante sul futuro dei musei e sull'attività di Luigi Mallé nella sua carriera iniziata come conservatore nel dicembre del 1947. Infatti la decisione di interrompere l'inventario generale sostituendolo con singoli inventari di sezione, prefigura la serie dei cataloghi scritti poi da Mallé. Si devono intanto al suo lavoro gli undici inventari particolari compilati tra il 1950 e il 1966. Avori, Bronzi, Codici miniati, Cuoi, Dipinti, Ferri battuti e chiavi, Legature, Sculture, Smalti, Vetri, Vetri a oro.
Il piano della pubblicazione è dichiarato nell'introduzione di Viale al primo uscito, quello dei Dipinti (1963); egli non manca con legittima soddisfazione di ricordare i propri meriti per l'ampliamento delle raccolte: « malgrado la decennale interruzione della guerra, la gran parte delle raccolte d'arte antica, e quelle della galleria d'arte moderna si sono più che raddoppiate ». Nel sottofondo si coglie una certa amarezza perché ad aprire la collana è il conservatore e non il direttore, il quale pure spera « di dare presto personali contributi ».
L'impostazione del volume ricalca il catalogo del Gotico e Rinascimento come formato, come impaginazione, come rilegatura. Sono considerate non solo le opere in permanente esposizione, ma anche quelle dei depositi; però non tutte sono riprodotte, anche se le escluse sono poche. Il ruolo svolto dal catalogo si può misurare anche sotto questo aspetto: i dipinti non riprodotti sono stati automaticamente ignorati dagli studiosi, o alcuni sono stati, per cosi dire, riscoperti più tardi.
Il catalogo è organizzato in modo singolare: mentre le schede sono in ordine alfabetico di autore, e per i dipinti anonimi si usa come intestazione Ignoto oppure Bolognese, Fiammingo, Francese, Lombardo, Piemontese e così via, le illustrazioni seguono la cronologia, dal Trecento al primo Ottocento. L'introduzione pur trattando della « Costituzione ed Incrementi della raccolta dei dipinti » lascia trapelare una scelta culturale che sarà perseguita da Mallé negli anni della sua direzione. Il catalogo permette di delineare « sviluppi di scuole e raggruppamenti » ma anche di progettare « nuove sezioni sia storicamente sia criticamente collegate, sia indipendenti, ma comunque concorrenti a configurare un più logicamente ordinato quadro generale, spaziando dal '300 al '700 ».
Lo stimolo a costituire una "pinacoteca civica" in concorrenza o in superamento alla Galleria Sabauda percorre il trentennio della direzione di Viale (ricordo il tentativo di acquisto della collezione Trivulzio di Milano e i progetti intorno alla collezione Gualino), insieme alla linea tradizionale di interesse per la pittura piemontese, e tale linea sarà perseguita anche da Mallé.
Un altro aspetto altamente significativo è l'inserimento in catalogo delle pitture delle sale monumentali di Palazzo Madama, come parte integrante del patrimonio pittorico del museo, sanzionando una simbiosi di cui attualmente sembra essersi persa coscienza.
Da notare l'assenza di apparati, indici, concordanze ad esclusione di quella tra pagine e tavole; e di una bibliografia generale: solo singole schede sono corredate di bibliografia per esteso.
Due anni dopo, nel momento di consegna dal « direttore che chiude fra giorni la sua lunga fatica al direttore che gli succederà » esce il catalogo delle Sculture. Il neo-direttore Mallé, il quale aveva al suo attivo la trattazione complessiva del volume Le Arti figurative in Piemonte (1961) e il capitolo della Scultura nel secondo volume del Barocco piemontese (1963) sceglie come apertura al catalogo un saggio « Per un profilo della scultura in Piemonte dal preromanico al neoclassico » dato che dei 350 numeri la maggior parte si riferiscono alla « produzione nostrana », specialmente la più antica. Sono presi in considerazione anche gli stemmi, le lapidi, le sculture e i fregi architettonici, le terrecotte decorative, gli stucchi, gli intagli lignei. Essendo per lo più le sculture di autore anonimo, le schede sono organizzate cronologicamente, con riferimento a maestranze, lapicidi, scultori, intagliatori, plasticatori, stuccatori. Anche in questo caso sono compresi stuccatori e intagliatori delle sale e dello scalone di Palazzo Madama.
I primi due volumi della serie costituiscono uno strumento prezioso per la conoscenza del museo e per l'estensione della sua notorietà in Italia e all'estero e se ne ebbero presto i riflessi e i risultati.
Si manifestano però difetti e lacune che si accentueranno nei volumi successivi: imprecisioni nell'indicazione della provenienza e acquisizione, per insufficienza di controlli archivistici e inventariali, assenza di apparati quali indici dei nomi, dei luoghi, cronologie, modesta attenzione allo stato di conservazione delle opere, ai restauri pregressi, con accenni sommari agli interventi recenti, senza indicazione del restauratore. Ciò corrisponde sia all'atteggiamento di poligrafo che caratterizza Mallé, sia alla tendenza di quegli anni di privilegiare l'analisi formale. D'altra parte la natura stessa dei Musei Civici di Torino, così ricchi di opere delle più svariate tipologie, comprese in un arco cronologico di oltre un millennio dall'arte paleocristiana al contemporaneo, richiede a chi se ne occupa doti di enciclopedismo che vanno a discapito degli approfondimenti specialistici.
I più pressanti impegni di direttore dei musei, il programma intenso di mostre, in emulazione del suo predecessore Viale, non distolsero Mallé dal proseguire nella sua opera ricognitiva. Come si può constatare scorrendo l'elenco delle pubblicazioni dei musei presente in appendice a tutti i volumi, in due anni dal 1966 al 1968 furono organizzate dieci mostre, quasi tutte di arte moderna. Ciò nonostante nel 1968 Mallé dà alle stampe il catalogo dei Dipinti della Galleria d'Arte moderna, a distanza di quarant'anni dal catalogo di Mario Soldati. Indice di un rapporto più cordiale con lo staff del museo, compare per la prima volta e comparirà d'ora in poi, la citazione di quanti hanno collaborato all'impresa: da ricordare anche il sodalizio con Domenico Monti della Tipografia Impronta, la cui estrema flessibilità e partecipazione permetteva la realizzazione in tempi proibitivi di volumi di grande mole.
Il progetto di dotare di catalogo tutte le sezioni del museo comincia a sembrargli troppo oneroso per una persona sola e auspica la collaborazione di un « volenteroso conservatore »: alludeva ad Aldo Passoni che stava lavorando al catalogo delle opere del pittore Giovanni Battista De Gubernatis, uscito nel 1969, e a quello della Sezione grafica della Galleria d'Arte moderna, rimasto allo stadio iniziale, a causa della sua tragica morte nel 1974.
Il declinare della salute, la pesantezza della direzione unita a difficili rapporti con l'Amministrazione Civica in anni cruciali della storia recente, imprimono una velocità sempre più intensa alla produzione di cataloghi di sezione (e in parallelo degli altri libri che si infittiscono sullo scorcio degli anni '60 e l'inizio degli anni '70), quasi un'ossessione di condurre a termine un programma che sentiva appartenergli, un titolo di merito a cui sarebbe stata legata la sua memoria.
Per me entrata nell'estate del 1968 dopo il concorso di conservatore a far parte dei musei e gettata immediatamente nella mischia ad occuparmi di mostre di arte moderna, rimane vivido il ricordo del direttore che arrivava al mattino con un plico di fogli manoscritti da consegnare alla dattilografa: rappresentavano, il lavoro della serata, probabilmente anche della nottata. Il fine settimana passato a Dronero faceva aumentare lo spessore dei manoscritti.
Ecco allora il catalogo degli Smalti - Avori (1969) con le rispettive introduzioni che si propongono di inquadrare « storicamente e criticamente le vicende dell'arte dello smalto come dell'avorio, senza calcare su atteggiamenti il puro filologismo, a favore d'una definizione dei valori d'espressione d'ogni periodo e del rapporto fra determinate poetiche e determinate tecniche, al tempo stesso offrendo una visione degli inquadramenti geografici e storici, nonché una conoscenza dei problemi attribuzionistici, di datazione, di localizzazione, saggiati al lume delle più recenti risultanze critiche ». Il catalogo diventa quindi un'opera di carattere generale e di tipo manualistico: i titoli sono "L'arte dello smalto dalle origini al secolo XX" e "Gli avori attraverso i secoli". Per la prima volta i due saggi sono corredati da una bibliografia generale aggiornata. In particolare per la sezione degli Smalti Mallé riprendeva gli studi della sua giovinezza sugli smalti limosini pubblicati tra il 1949 e il 1951. II carattere del volume e l'argomento di portata internazionale, contribuirono ad una sua buona divulgazione, attirando l'interesse degli specialisti sulle raccolte del museo torinese.
Nel 1970 Mallé decise di presentare le acquisizioni dei musei dopo cinque anni di direzione nel volume Acquisti e Doni 1966-70. Purtroppo in apertura si capisce che la gioia di essere a capo di un museo tanto amato è tramontata e che il rancore e la sfiducia stanno prendendo il sopravvento. È un intrecciarsi di recriminazioni lasciate trapelare tra le righe con un'acrimonia, che non riesce o non vuole più controllare. Ricorda i sette cataloghi pubblicati dal 1963, di cui cinque da lui curati, commenta così le nuove accessioni: « non occorrono disquisizioni esplicative degli orientamenti: l'osservatore delle tavole, che non sia stupido, riuscirà benissimo a ricavarli da sé. Potrà non concordare ovunque, ma si ricordi che un retto giudizio lo può dar meglio chi sta dentro a fare e lottare, che non chi sta fuori a guardare e sdottorare... Questo catalogo si lusinga — o si illude — di riuscire dimostrativo sul piano dello stile e della qualità, non del numero, perché non è il catalogo di Leporello (caro a molti italiani e torinesi) ». Si lamenta « delle malevolenze, delle opposizioni di principio e ascientifiche, e anche di maligne e false accuse ». Più avanti difende i saggi critici scritti per i cataloghi di mostre che « in qualche caso beffati in loco, hanno incontrato i più vivi consensi di specialisti, critici, giornalisti, amatori stranieri, d'Europa, America, Australia, paesi dove pare non esistano solo idioti che valutano a rovescio ». Tale linguaggio in una persona cosi schiva e riservata rivela che la crisi è ormai maturata ed è irreversibile. Lo conferma una frase sibillina posta ad apertura del catalogo: « un catalogo come questo senza "introduzione"? C'era, ma l'ho annullata, per ragioni particolari, in omaggio al proverbio: "In bocca chiusa non entro mai mosca". Il che non significa dimenticare ».
Non è possibile soffermarsi sulla linea delle acquisizioni, che a mio parere sono di maggior spicco per l'arte moderna, mentre per l'arte antica si rilevano scelte di opere di buona qualità, apprezzate dalla critica internazionale, che rimangono però presenze estranee al museo torinese. Alludo ai dipinti di Pontormo (o Bronzino), di Sofonisba Anguissola (o Giulio Campi), di Rosalba Carriera, di Tiepolo.
Tale stato d'animo turbato si riverbera anche sugli scritti successivi e sui saggi degli ultimi due cataloghi, Vetri - Vetrate - Giade - Pietre dure e Mobili e Arredi - Arazzi. Gli argomenti vengono trattati in modo problematico e polemico, in una specie di monologo interiore di lettura assai difficile: si vedano in particolare i capitoli sulle vetrate e sugli arazzi. L'ultimo catalogo risente della difficoltà di controllare opere spesso di grandi dimensioni, in parte nei depositi, compito demandato per lo più a fedeli impiegati e custodi. Rappresenta come sempre un utile strumento di lavoro, di cui ormai non si saprebbe più fare a meno.
Riguardando nel suo complesso l'immenso lavoro compiuto da Luigi Malle a favore del Museo Civico e avendo constatata anche la difficoltà di continuare la sua opera, si può ben dire che i suoi cataloghi rappresentino un monumento costruito per l'istituzione a cui dedicò gran parte della sua non lunga esistenza: dopo di lui solo un altro volume si e aggiunto, quello dei Vetri dorati graffiti e Vetri dipinti (1978) che lui stesso mi aveva affidato.
Solo una volontà ferrea e una cultura prodigiosa come quella di Mallé potevano produrre un'opera di tale mole. Ora nessuno ha più il coraggio di affrontare queste imprese se non in modo collegiale e specialistico, e non sempre la realizzazione risulta altrettanto rapida.
- Pettenati, in E. Ragusa (a cura di), Museo Mallé Dronero, L’Artistica Savigliano, 1995, pp.17-21.