Per approfondire
Ignota manifattura
Veilleuse (fine sec. XIX)
Porcellana dorata alt. cm. 18,5; diam. cm. larg. max. cm. 15,5, inv. 2c.
La veilleuse, spesso indicata come caffettiera, samovar, lume da letto, lampada per malati, è un oggetto adoperato per tenere in caldo una bevanda e, nel contempo, per illuminare a luce diffusa e discreta la camera da letto. E’ costituita da un corpo centrale di forma cilindrica sul quale poggia un bricco con coperchio (che in questo caso e andato perduto) e all'interno del quale è posto il godet, un piccolo recipiente atto a contenere l'olio e il lucignolo. La fabbricazione delle veilleuses in porcellana a pasta dura, materia resistente al calore e che lascia trasparire la luce, iniziò negli ultimi anni del Settecento e terminò con la diffusione della luce elettrica ma già per tutto il XVIII secolo era in uso una tipologia di oggetti, gli scaldavivande, in maiolica o in terraglia, da cui le veilleuses derivano (cfr. V. Brosio, 1971, pp. 9-11). Nel corso dell'Ottocento si prestò attenzione soprattutto all'aspetto decorativo e si modellarono veilleuses dalle forme fantasiose, complicate e bizzarre: dame, cavalieri, sultani, frati, animali o edifici (cfr. F.C. Freed, 1964; H. Newman, 1967); nella seconda metà del secolo prevalsero i tipi pin semplici. Questa ha una forma sobria ed un leggero decoro in oro, non è marcata, come per altro la maggior parte degli oggetti di tal genere. E’ molto simile, per quanto riguarda la forma, ad alcuni esemplari della fine dell'Ottocento, della manifattura Ginori di Doccia, della Società Ceramica Richard di Milano e di ignote manifatture, conservati nel Museo Civico d'Arte Antica di Torino (inv. 41/C, 60/C, 81/C, 99/C, 100/C, 103/C, 133/C). Tali confronti non sono però sufficienti per formulare un'attribuzione precisa sia perché spesso i bianchi prodotti da alcune manifatture venivano venduti e decorati da altre sia perché questa forma e questo decoro erano molto diffusi nella produzione ottocentesca europea, valgano come esempi una veilleuse del Museo Civico di Torino (inv. 2083/C) attribuita a fabbrica di Nyon ed un'altra, appartenuta ad Honore de Balzac, attribuita alla manifattura Nivet e Belut di Limoges (J. d'Albis, C. Romanet, 1980, p. 101). E’ significativa la presenza di questo esemplare nella collezione Malle se si tiene presente, parallelamente, l'acquisizione da parte del Museo Civico di Torino, nel 1961, della collezione di veilleuses di Caterina e Valentino Brosio, composta da 225 esemplari.
Maria Paola Soffiantino, in E. Ragusa (a cura di), Museo Mallé Dronero, L’Artistica Savigliano, 1995, pp.182-183.